Oggi è sabato e domani in Sardegna si celebra il rito delle elezioni regionali. Il giorno prima delle elezioni, come tutti sanno, è il giorno del “silenzio elettorale” ossia quel giorno in cui, in base all’art. 9 della L. 212/1956 (Norme per la disciplina della propaganda elettorale), “sono vietati i comizi, le riunioni di propaganda elettorale diretta o indiretta, in luoghi pubblici o aperti al pubblico, la nuova affissione di stampati, giornali murali o altri e manifesti di propaganda”.

Il nostro Legislatore del 1956 non prevedeva alcunché (e vorrei ben vedere) riguardo alla disciplina della propaganda elettorale sulla rete Internet.

Come si regola il silenzio elettorale ai tempi di Internet?

Partiamo dalla considerazione che la violazione dell’art. 9 della legge sopra menzionata rappresentava originariamente un delitto (punito con la reclusione fino ad un anno e con la multa da lire 100.000 a lire 1.000.000) e, oggi, a seguito delle modifiche introdotte dalla L. 130/75, comporta l’applicazione della sanzione amministrativa “da lire duecentomila a lire due milioni”.

Somme irrisorie rispetto ai fondi necessari ad una campagna elettorale, sia pur regionale, ma comunque una sanzione amministrativa.

Per rispondere alla domanda “il silenzio elettorale si applica anche a Internet?” occorre partire da una considerazione.

Quando si parla di norma penale incriminatrice viene in considerazione il cosiddetto “divieto di analogia in malam partem”. Questo divieto – che impedirebbe al Giudice di applicare la sanzione penale oltre i casi espressamente disciplinati dalla norma penale incriminatrice – è applicazione del più generale principio di legalità di cui all’art. 25 della nostra Carta costituzionale.

E’ un principio garantista: “nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso”. Se il Giudice interpretasse la norma penale oltre i margini dettati dal Legislatore (nel suo procedimento di “sussunzione”) si starebbe, sostanzialmente, sostituendo ad esso. Dal principio di legalità, quindi, discendono alcuni corollari tra cui ricordiamo il principio di “determinatezza” (il Legislatore deve scrivere delle buone norme) e di “tassatività” (il Giudice, nell’interpretare la norma deve attenersi strettamente ad essa e non applicarla – in malam partem, ossia in senso deteriore rispetto a quanto previsto – ai casi non espressamente disciplinati).

Tutto questo discorso potrebbe risultare inutile dal momento che l’art. 9 della L. 212/56 non prevede più un reato ma una semplice sanzione amministrativa.

Tuttavia si ritiene comunemente che lo stesso divieto di analogia in malam partem valga anche con riferimento alle sanzioni amministrative in virtù dell’art. 1, cpv., L. 689/1981 in base al quale “le leggi che prevedono sanzioni amministrative si applicano soltanto nei casi e per i tempi in esse considerati”.

Proviamo a rispondere alla domanda. Se, all’atto di applicare la sanzione amministrativa per violazione della norma di cui all’art. 9 (L. 212/56) – “sono vietati i comizi, le riunioni di propaganda elettorale diretta o indiretta, in luoghi pubblici o aperti al pubblico, la nuova affissione di stampati, giornali murali o altri e manifesti di propaganda” – ritenessi questa formulazione applicabile anche alla rete internet, starei violando il divieto di analogia in malam partem del secondo comma dell’art. 1 della L. 689/1981?

Se fosse possibile applicare la norma anche ad Internet come ci si dovrebbe comportare? I candidati (che hanno tutti un sito dedicato alla propria campagna elettorale) dovrebbero disattivare i loro blog? Possono twittare? Possono usare Facebook o altri strumenti? Possono mandare email alle mailing-list usate in campagna elettorale?

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