In questi giorni, sia su Twitter che su Facebook, si parla tantissimo di #INVASIONIDIGITALI (http://www.invasionidigitali.it/), “una rete di eventi nazionali rivolti alla diffusione e valorizzazione del nostro patrimonio artistico-culturale attraverso l’utilizzo di internet e dei social media”.
L’iniziativa, che si terrà dal 20 al 28 aprile, è ideata da Fabrizio Todisco, in collaborazione con la Rete di travel blogger italiani di #iofacciorete, Officina turistica, Instagramers italia e l’Associazione nazionale piccoli musei, e ha come obiettivo quello di “diffondere la cultura dell’utilizzo di internet e dei social media per la promozione e diffusione del nostro patrimonio culturale”, “invadendo i musei“, con smartphone e fotocamere, per produrre del materiale che verrà caricato su Facebook, Twitter, Instagram, Pinterest e Youtube, oltre che sul portale dell’iniziativa stessa.
Si tratta di un progetto entusiasmante e coinvolgente, che suggerisce un modo innovativo di vedere e fruire del patrimonio culturale italiano, ed anzi è una bellissima occasione per diffondere la conoscenza, in una prospettiva originale.
Ma sia nel manifesto che nelle istruzioni per partecipare, che pure parlano di open access e di concezione “aperta e diffusa” del patrimonio culturale, non c’è nessun accenno (o suggerimento) in tema di licenza da adottare, per rendere le opere effettivamente e liberamente fruibili alla comunità.
Nel modulo “come organizzare un’invasione” c’è l’indicazione “richiedi l’autorizzazione per potere effettuare l’evento”, che dovrebbe consentire di evitare i rigori degli articoli 107 e 108 del Codice Urbani (che obbligano al pagamento di un canone di concessione per la “riproduzione di beni culturali” a meno che non sia effettuata per uso personale o per motivi di studio) ma non si affronta il tema della licenza.
Magari questa indicazione è presente da altre parti, e ci è semplicemente sfuggita (e quindi il problema non si pone).

Se invece così non fosse, non è stato considerato proprio un problema centrale, vale a dire quello della licenza relativa ai contenuti prodotti.
Si tratta, infatti, di stimolare la creazione (e diffusione) di opere dell’ingegno, le quali, però, sulla base della vigente normativa sul diritto d’autore, dal momento della loro creazione, “appartengono” all’autore, in maniera esclusiva.
Il diritto d’autore, difatti, vieta qualunque utilizzo dell’opera non espressamente consentito dal suo creatore.

Insomma, il diritto d’autore fa sì che l’opera sia “closed by default”, vietando qualunque riutilizzo, salvi limitatissime eccezioni.
L’unico modo (effettivo) che i creatori hanno per “liberare” l’opera, è quella di attribuire ad essa una licenza permissiva, che consenta appunto di copiare, modificare, condividere le proprie foto e video.
Ad esempio, si sarebbe potuto suggerire l’adozione di una licenza Creative Commons (sul modello di Wikipedia o della Sardegna Digital Library), più o meno restrittiva, ma comunque in grado di evitare i problemi del “full copyright” che, volenti o nolenti, si applica sulle opere dell’ingegno.
Insomma, per liberare davvero i nostri musei, occorre che anche i contenuti siano liberamente fruibili.
Certo, si suggerisce che i contenuti vengano pubblicati su varie piattaforme (Facebook, Twitter, Instagram, Pinterest e Youtube), ma questo caricamento non risolve il problema, anzi lo complica.
Nel momento in cui difatti si inserisce un’opera protetta su una piattaforma social, si accetta la licenza della piattaforma medesima (uno di quei lunghissimi e tediosissimi documenti, che tutti saltano allegramente, arrivando al fatidico “I agree”).
La lettura delle licenze dei vari siti è una perversione tipicamente avvocatesca, ma è purtroppo necessaria.
Ad esempio, postando un’opera su Facebook, “l‘utente concede a Facebook una licenza non esclusiva, trasferibile, che può essere concessa come sottolicenza, libera da royalty e valida in tutto il mondo, per l’utilizzo di qualsiasi Contenuto IP pubblicato su Facebook o in connessione con Facebook”. Pinterest consente il riutilizzo, la modificazione e la distribuzione del contenuto, anche dopo la rimozione, qualora altri utenti abbiano salvato o condiviso le foto. La licenza di Instagram non è molto diversa, mentre addirittura YouTube vieta qualsiasi altro utilizzo che non sia lo streaming del video, attraverso il video playback del sito stesso, oppure “altri mezzi che YouTube eventualmente indichi espressamente per tale scopo”.
Insomma, l’inserire le proprie opere dell’ingegno nelle piattaforme social, senza ulteriori precauzioni, rischia di essere un’operazione di “libertà condizionata”, nella quale le opere saranno fruibili esclusivamente ai termini e alle condizioni scelti dalle piattaforme stesse.
L’unico modo per realizzare una effettiva e completa condivisione dei contenuti, e renderli liberamente fruibili, è, come detto, l’adozione delle licenze quali le Creative Commons, che possono essere anche graduate, ad esempio, per impedire l’uso commerciale.
Senza l’adozione di una licenza, e con la mera pubblicazione delle opere sulle varie piattaforme, si rischia, difatti, di far passare la conoscenza dalla “prigionia” dei musei alla “prigionia” delle condizioni di contratto delle singole piattaforme.
E invece le invasioni gioiose come questa nascono proprio per infrangere, creativamente, queste artificiose barriere.

Avv. Giovanni Battista Gallus

Avv. Francesco Paolo Micozzi

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