E’ inutile negarlo. Facebook è entrato di diritto nella vita quotidiana della gente. Senza distinzione di classi o di cultura, né di età o di sesso. E il termometro del fenomeno è dato da chi non si è mai prima d’ora avvicinato ad una tastiera e che recandosi ad acquistare il suo primo smartphone o computer rivolge all’addetto del settore informatica la fatidica domanda: “questo si collega a feisbuc?”. Non vi è distinzione di classi sociali o di status e gli utilizzi che se ne possono fare dipendono solamente dalla fantasia dei milioni di utenti.

Facebook, per queste ragioni, è spesso citato da quotidiani o settimanali, talvolta come fonte da cui trarre notizie (si pensi ai vari gruppi inneggianti ora questo o quell’altro politico, ora questa o quell’altra iniziativa studiata appositamente per “stupire” e far parlare), come mezzo d’indagine o semplicemente come fonte di gossip.

Si dice che Facebook è pericoloso, che è deviante, che omologa le persone, che suscita discussioni sterili o che, addirittura, rischia di diffondere nozioni o credenze non verificate.

Un tempo si diceva: “è vero perché lo dice la TV”. Oggi alla TV si sostituisce Facebook.

Tuttavia, ciò che bisogna rilevare, è che Facebook è sostanzialmente uno strumento. L’utilizzo può essere buono o cattivo, ma ciò non può essere imputato allo strumento stesso quanto ai soggetti “reali” che lo gestiscono.

Su Facebook, quindi, come accade con ogni altro strumento di “comunicazione di massa” si realizzano quotidianamente anche reati. Dai più odiosi ai più bagatellari.

Fatto sta, però, che Facebook – di per sé – fa notizia. “Pure troppo”.

E’ recente la sentenza della Suprema corte (sez. VI, sentenza 30.08.2010 n° 32404 pubblicata su Altalex con commento di M. Rinaldi) in cui al già attuale argomento “stalking” si aggiunge la miccia “facebook”.

La Cassazione è chiamata a pronunciarsi in merito alla decisione del Tribunale del riesame di Potenza. Il Tribunale del riesame disponeva, accogliendo solo parzialmente le richieste dell’imputato del reato di cui all’art. 612-bis c.p., la sostituzione della misura cautelare personale della custodia in carcere con quella degli arresti domiciliari. Si noti, però, che la sentenza della Cassazione dichiara inammissibile il ricorso proposto proprio perché in Cassazione possono essere portate unicamente questioni di legittimità e non legate al merito della vicenda.

La storia è “vecchia”: fine della storia d’amore, l’uomo non si dà ragione della nuova liaison amorosa dell’ex compagna e la perseguita in ogni modo possibile.

Il fatto tipico del reato previsto dall’art. 612-bis, prevede che “è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legato da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita”. La norma prosegue, al secondo comma, disponendo un’aggravante nell’ipotesi in cui il fatto sia “commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa”.

Lo stalking, introdotto dal d.l. 11/09 convertito nella L. 38/09, è una “novità” per l’Ordinamento italiano e, forse per questo motivo, la giurisprudenza intorno a questo reato suscita un discreto clamore. E, come detto, il clamore si amplifica se, tra gli strumenti utilizzati per “minacciare o molestare” vi è Facebook.

Ma, nel caso concreto, quali sono state le condotte adoperate dal soggetto attivo?

Riprendiamo la sentenza: «telefonate, invii di sms e di messaggi di posta elettronica, nonchè di messaggi tramite internet (facebook), anche nell’ufficio dove prestava il suo lavoro», ed ancora «avere trasmesso il D., tramite facebook, un filmato che ritraeva un rapporto sessuale tra lui e la donna, nonchè dall’avere avvicinato la I., che si trovava con un collega di lavoro, con atteggiamento aggressivo, manifestando l’intenzione di picchiare l’uomo. Il D. aveva anche inviato presso l’ufficio della denunciante cinque buste contenenti compact disc con immagini intime che la riguardavano».

E’ abbastanza comprensibile che la questione deve essere subito ridimensionata per quanto riguarda il clamore suscitato dalla notizia. Il reato si sarebbe comunque concretizzato anche in assenza dei semplici messaggi su Facebook.

Ma possiamo dire il contrario? Ossia, possiamo dire che i soli messaggi su Facebook avrebbero concretizzato sicuramente il reato in questione? E che rilevanza avrebbe, sulla condotta persecutoria via Facebook, la possibilità offerta da tale strumento di “bloccare” l’utente indesiderato?

In linea meramente ipotetica si potrebbero ovviamente ritenere sufficienti a molestare o minacciare una persona anche i semplici messaggi via Facebook. Ma questa non è certo una notizia che agli occhi del tecnico suscita clamore, posto che la norma penale incriminatrice non individua specificamente i mezzi attraverso i quali i comportamenti persecutori possono essere perpetrati.

La possibilità o necessità di dover bloccare proprio quello specifico utente non assume in ipotesi alcuna rilevanza se non si volesse sostenere che – in mancanza del “perdurante e grave stato di ansia o di paura” ovvero del “fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto…” – il fatto di “bloccare l’utente” rappresenti una costrizione della persona offesa ad “alterare le proprie abitudini di vita”.

L’alterazione delle abitudini di vita è stata intesa, dalla giurisprudenza, talvolta come il “dover cambiare casa e città” (Cass. Pen. 25527/10) e talaltra come il “non dover più frequentare un dato istituto scolastico” (Cass. Pen. 11945/10). In linea di massima si deve trattare quindi di un’abitudine, ossia di un comportamento reiterato nel tempo.

Si potrebbe ritenere, in sostanza, che il dover cancellare il proprio account Facebook al quale si acceda pressoché quotidianamente rappresenti un “mutamento delle abitudini di vita”, mentre lo stesso non si possa dire nell’ipotesi in cui la persona offesa cancelli o blocchi lo stalker dal proprio profilo Facebook.

E’ interessante, poi, l’analisi del sottile confine che corre tra il reato di atti persecutori su Facebook e quello di diffamazione aggravata “a mezzo Facebook”.

La sentenza in oggetto, in conclusione, non ha alcunché di innovativo. Tuttavia è utile discutere delle problematiche connesse all’utilizzo dei social network al fine di sensibilizzare quegli utenti che non si preoccupano minimamente, già all’atto dell’iscrizione, dei riflessi eventualmente pregiudizievoli che possono loro derivare dall’uso improprio di tali strumenti.

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