Di seguito riporto l’intervista integrale richiestami dal giornalista del quotidiano “Il Riformista”, Stefano Ciavatta, apparsa – in forma ridotta – nel quotidiano Il Riformista il 17 dicembre 2009

D: Quando si parla di censurare, oscurare o addirittura chiudere un sito, che cosa deve essere successo? Come si procede? È previsto un procedimento breve o è cosa lunga?

A questo proposito bisogna fare tanti distinguo. Ma nel caso di specie, posto che si tratta di argomento di stringente attualità, possiamo limitare la nostra analisi alle ipotesi in cui taluno commetta un reato tramite un sito internet.

In realtà molti dei nostri politici dimenticano che le regole esistenti son già applicabili anche nell’ambito “virtuale”. I reati ipotizzabili sono i più disparati: da quelli comuni realizzabili sia su internet che nel “mondo reale” (si pensi alla diffamazione) a quelli che potremmo definire “informatici-puri”, ossia la cui realizzazione non può prescindere dall’uso del mezzo informatico (pensiamo all’accesso abusivo a sistema informatico o telematico).

Argomento attuale è quello dell’istigazione a delinquere realizzata attraverso le pagine dei gruppi del noto socialnetwork Facebook. E, noi tutti, pensiamo al recente avvenimento in quel di Piazza del Duomo a Milano e dei conseguenti gruppi pro e contro il signor Tartaglia.
E’ evidente che alcuni comportamenti, alcune scritte su queste pagine, possono assumere rilevanza penale sotto forma di diffamazione o di istigazione a delinquere o di minaccia. E questi comportamenti attiveranno, inevitabilmente, la magistratura.
Durante la fase delle indagini, pertanto, i pubblici ministeri, di fronte alla commissione di un reato in rete, potranno richiedere al giudice per le indagini preliminari, un provvedimento cautelare reale, teso, cioè, a porre un vincolo di indisponibilità su quel determinato sito internet.

E far ciò è semplice finché si tratta di un sito internet il cui server risieda nel territorio dello Stato italiano e, inoltre, finché si tratti di siti semplici e non complessi ed eterogenei come, ad esempio, i social network come Facebook.

Tale misura cautelare, infatti, comporterebbe – nella maggior parte dei casi – la cessazione dell’intero sito internet Facebook, vuoi in virtù di un sequestro dei server (cosa assai improbabile) vuoi attraverso la richiesta di adozione di misure censorie come quelle adottate nel caso ThePirateBay in cui vi fu un oscuramento tramite modifica dei DNS degli ISP nazionali.

Per quanto riguarda i tempi della loro attivazione, trattandosi di provvedimenti di natura cautelare hanno, ovviamente, un binario preferenziale e sono caratterizzati dalla rapidità
dell’esecuzione (e spesso, per avere efficacia, non sono “preannunciati”). La natura cautelare, infatti, permette di porre sotto sequestro un sito prima ancora che vi sia una sentenza di condanna definitiva. Basta in questi casi il fumus commissi delicti (ossia l’astratta configurabilità della fattispecie come reato) ed il periculum in mora (ossia il pericolo che, restando quelle pagini disponibili in rete, il reato protragga le sue conseguenze o le aggravi).

D: Esistono regole precise? Ce ne sono altre in discussione?

Esistono già regole specifiche. Non vi è alcun dubbio – dal punto di vista giuridico – che un sito internet possa essere sottoposto a sequestro mediante materiale apposizione dei “sigilli” ai server che “contengono” il sito in questione. Altre regole – come nel caso di The Pirate Bay – vengono ritenute applicabili anche fuori dai limiti previsti dal nostro codice di procedura penale.

Occorre notare, oltretutto, che da un punto di vista civile il sequestro di un sito internet è invocabile (anche mediante semplice oscuramento… ossia inibitoria tramite modifica dei DNS dei provider nazionali) mediante un semplice ricorso d’urgenza ex art. 700 c.p.c.

D: Esistono anche delle regole per la moderazione dei forum?

Le regole sono quelle del buonsenso. Il moderatore di un forum ha un compito difficoltoso ma, ovviamente, non è obbligato a fare più di quanto gli sia materialmente concesso.

D: Oltre la libertà di espressione, che cosa è consentito e cosa è considerato reato?

La domanda è molto generica. Dobbiamo considerare che la libertà di espressione del pensiero, stabilita dall’art. 21 della nostra Costituzione, è un principio cardine. Si pensi, ad esempio, che nell’ormai lontano – quanto attuale – 1970 la Corte costituzionale era intervenuta già in materia di apologia di reato stabilendo che l’apologia punibile è solo quella che “per le sue modalità integri un comportamento concretamente idoneo a provocare la commissione di delitti trascendendo la pura e semplice manifestazione del pensiero”.

D: Per quanto riguarda i social network, come si procede?

Normalmente, e praticamente, si può procedere con una richiesta di oscuramento del post “incriminato” fatta direttamente al moderatore o al titolare del social network, il quale potrà oscurare i contenuti segnalati in quanto in violazione delle disposizioni contrattuali che regolano l’utilizzo dello stesso social network.

Quindi, in sostanza, l’intervento dell’Autorità sarà, in prima battuta, teso a stimolare l’intervento del moderatore o del titolare del social network. Ma il provvedimento del titolare del social network dipende dalla esecuzione del contratto che egli stesso ha stipulato con gli utenti.

D: Lo si è fatto in passato? Cosa ha detto il governo o l’autorità, e cosa ha risposto il network di turno?

Si è già fatto in passato ed in particolare la Cassazione (sentenza n. 10535 dell’11 dicembre 2008) ha stabilito che fosse lecito il sequestro di pagine del forum dell’associazione ADUC su cui erano stati pubblicati passaggi ritenuti offensivi del sentimento religioso.

In tale sentenza si è anche stabilito che i forum online non possano essere qualificati come prodotto editoriale e quindi debbano essere sottratti all’applicazione del terzo comma dell’art. 21 della Costituzione che prevede particolari garanzie nel caso in cui si tratti di stampa.

D: Ci sono casi esemplari da citare?

Ci son tanti esempi da citare di sequestri di siti internet.
Dal sequestro del sito che consente la vendita di sigarette online, a quello che agevola la diffusione di materiale in violazione delle norme a tutela del diritto d’autore. Dal sito che incita all’odio razziale al sito che consente la visione delle partite di calcio via streaming. Dal
sito attraverso il quale si diffama un famoso politico al sito in cui si minaccia di morte un comune cittadino.

Ciò che desta preoccupazione sono le dichiarazioni del Ministro Maroni in materia di controllo e repressione dei reati in internet. Come dicevo prima ci si dimentica spesso che certe cautele e certe regole esistono già. E’ già possibile reprimere e riconoscere la responsabilità penale di chi si renda responsabile di una diffamazione in rete, di istigazione
a delinquere in rete e così via.
E’ rischioso, tuttavia, introdurre una normativa “a caldo”, sull’onda dell’emotività del momento. Si rischia di introdurre, in tal modo, una
serie di norme assolutamente lesive dei diritti fondamentali contemplati dalla Costituzione.
Un controllo sistematico e mirato dei messaggi inviati dai cittadini italiani in internet potrebbe richiedere l’adozione di soluzioni tecniche di “censura preventiva”, ossia di analisi dei messaggi fatta da parte degli internet service providers prima ancora che il messaggio arrivi nel sito internet-bacheca.

Il rispetto di quelli che sono gli intendimenti del ministro Maroni, ossia di “colpire i messaggi violenti senza tuttavia coinvolgere la generalità degli utenti che usano la rete per fini assolutamente leciti” comporterebbe, inevitabilmente, discutibili soluzioni censorie.

L’altro rischio è che tali soluzioni vengano lasciate alla discrezionalità di un’autorità amministrativa piuttosto che al vaglio ponderato di un’autorità giurisdizionale.

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